Unioni Civili: l’intervento di Fabrizia Giuliani alla Camera

Sezione: In Parlamento, News

 

FABRIZIA GIULIANI, Presidente, colleghi, per coloro che ancora hanno pazienza nei confronti di una discussione che è stata, a mio avviso, di grande rilievo;
forse la sola opportunità che ha avuto la Camera di discutere in plenaria questa materia, ritengo davvero importante riuscire ad ascoltarci fino alla fine.
Perché è stata importante? È evidente il rilievo della norma che ci apprestiamo a varare e che qui auspichiamo concluda il suo iter per diventare definitivamente parte del nostro ordinamento. Per sottolinearne il rilievo non credo sia necessario ricordare le tappe, che hanno scandito l’iter parlamentare di questa norma, nelle forme che via via ha assunto, a partire dall’avvio faticoso della Commissione Giustizia del Senato, caratterizzato da scontri che non avremmo voluto vedere, soprattutto nell’esito che hanno avuto. Ma io non mi riferisco solo e tanto al confronto
parlamentare, ma all’attenzione e alla partecipazione con la quale questa norma è
stata seguita. Sulle aspettative, lo hanno detto altri prima di me, a cominciare dalla relatrice, e l’attesa che la hanno accompagnata voglio dire che questa attesa non era di pochi, ma era di tanti, di molti !
Non era di una parte minoritaria dell’opinione pubblica, ma di una parte maggioritaria
che vede nel rispetto dei diritti di tutti, nella dignità dei diritti di tutti il fondamento della democrazia ! Questo è il punto che io più di tutti oggi vorrei sottolineare: non è in gioco una parte, ma
il tutto. Se si parla di un voto storico, dunque, non è per enfasi retorica, ma
perché è vero !
È vero perché ce lo dice la storia, e non è un gioco di parole, che abbiamo alle spalle. Lo conferma l’attualità, il presente, che è segnato dal vuoto normativo, a cui molti prima di me hanno fatto riferimento, un vuoto che finalmente si colma, e, soprattutto, lo sottolinea lo sguardo al
futuro, che viene dalla consapevolezza di un passo in avanti decisivo, che restituisce
– qua poco è venuto fuori – alla politica la capacità di chiudere un capitolo discriminatorio
che ci ha messo ai margini dell’Europa.
Vado per ordine. Si è detto come il riconoscimento delle unioni civili, formate da persone dello stesso sesso, negli ultimi decenni, altro che gli ultimi tempi, è rimasto impantanato in una serie di acronimi.
Eppure la lingua è sempre specchio potente della difficoltà di chiamare le cose con il loro nome. Non era una difficoltà del legislatore. In quella difficoltà si rifletteva l’incapacità di misurarsi con i
cambiamenti già in atto nella società:
persone, coppie, famiglie, che erano vive e che sono vive e attive. Era una difficoltà di riconoscere la vita, le relazioni, i legami che tengono insieme una comunità e, purtroppo, sulla verità, sul riconoscimento della vita reale, ha prevalso un feroce scontro ideologico, ciò che la letteratura
definisce bipolarismo etico. Uno scontro tra due visioni assolute, incapaci di riconoscere la necessità di una mediazione, che è la sola che può condurre alla decisione e, dunque, alla legge. Un’opposizione paralizzante, lontana anni luce dal sentimento delle persone che vivono la
bellezza e la fatica della costruzione di un legame d’amore, la costruzione di una coppia nella vita e nelle difficoltà quotidiane.

La politica ha mancato di dare voce alla realtà e ha privilegiato l’enfasi, l’amplificazione dell’opposizione ideologica, fissata in identità statiche. Io vorrei essere
chiara su questo, perché credo che non sono perfettamente in sintonia con quanto hanno detto altri prima di me. I ritardi sui temi bioetici in questo Paese non sono dovuti a uno scontro tra laici e cattolici.
Questa è una verità di comodo, una verità facile anche da raccontare sui giornali, distingue il bene e il male, il progresso e il regresso. Certo, c’è anche questo, ma sarebbe un grave errore politico vedere solo questo. Del resto, molte altre questioni sensibili arrivate al momento, alla prova della discussione parlamentare, in ultimo la discussione sulla maternità surrogata, hanno rivelato molto chiaramente come questa sia una rappresentazione totalmente incapace di cogliere la realtà. Ciò
che ha impedito che questo Paese avesse una legge al passo con l’Europa, è stato l’uso strumentale che la politica ha fatto di questo. Ha prevalso la visione muscolare, una visione tesa a considerare solo il vantaggio e il calcolo immediato, l’interesse opportunistico, ma non la convinzione.
Ed è stata esattamente l’incapacità di superare questo blocco che ha portato, sul piano legislativo, al vuoto e il vuoto, molto più di una cattiva norma, genera esclusione, discriminazione e pregiudizio.
Quanto è accaduto, esattamente questo, e questo hanno pagato tante persone sulla loro pelle, tanti uomini e tante donne, tanti giovani e tante famiglie, tanti bambini.
Ma più ancora, di ciò è rimasta impregnata la nostra cultura, il senso comune che si è reso complice di esclusioni inaccettabili, un vuoto che ha fatto precipitare il nostro Paese ai margini
d’Europa e come ancora possiamo vedere, anche attraverso questo dibattito, non ne siamo fuori.
Ma oggi possiamo cambiare pagina e di questo come Partito Democratico, come PD, siamo tutti orgogliosi, perché così si dà un futuro anche alle radici migliori del nostro partito, alle culture che hanno costruito il nostro partito, dopo anni di fallimenti. Io voglio dire quale a quali radici mi riferisco. È una legge che si inserisce nella migliore tradizione dei diritti del nostro Paese, la legge del diritto di famiglia del 1975, il divorzio confermato dal referendum, l’aborto nel 1978, anche quelli sono stati diritti faticati e strappati a questo bipolarismo, ma era una stagione migliore di questa per certi versi. Pensiamo al delitto d’onore che fu abrogato solo nel 1981, alla fatica di rendere la violenza sessuale un reato contro la persona e non solo più contro la morale.
La legge sulle unioni civili ha una valenza maggioritaria e guai a scordarlo. È evidente che in questa legge non è in gioco una minoranza, siamo in gioco tutti, sarebbe davvero un atto di grave miopia politica considerare queste misure una norma per pochi, un atto lodevole, lo diceva prima l’onorevole Cicchitto (su molte altre cose che ha detto sono d’accordo, ma non su questo), di tutela di una minoranza. Io peraltro poi considero la tutela delle minoranze una questione importantissima, ma qui non è in gioco questo. È in gioco l’Europa, la storia europea, la storia delle nostre società pluraliste degli ultimi decenni, la capacità di leggere la trama delle relazioni del tessuto sociale, la capacità di riconoscere e identificare dovunque si presentino le discriminazioni e la capacità di perseguirle, una capacità necessaria alla qualità
democratica dei nostri Paesi, alla tenuta della vita civile nazionale e transazionale, al modo in cui noi pensiamo di costruire la cittadinanza europea. Non è una consapevolezza dell’oggi è qualcosa sulla quale siamo cresciuti noi che veniamo dalla Costituzione più bella del mondo, perché è la Costituzione a dirci con forza e rigore a quali principi si debba ispirare il lavoro giuridico quando traduce i valori che ispirano la vita democratica nella sua pienezza, quale via si debba seguire nel
suo aggiornamento, se non se ne vuole tradire l’autentico principio ispiratore. Il contrasto alla discriminazione è enunciato con molta chiarezza nella prima parte del dettato costituzionale, in quell’ articolo 3 dove si chiarisce con efficacia come la discriminazione nel corso della storia
possa assumere forme e obiettivi diversi, ma resti sempre identica a se stessa nella lesione che infligge al principio di uguaglianza che ispira la democrazia, e vi prego colleghi del centrodestra che non ci siete più di non scambiare questo per relativismo.
Ma l’uguaglianza, e questo è il punto, non vuol dire cancellare le differenze.
Questo è un punto molto profondo perché tocca anche la discussione sulla stepchild e sulla maternità surrogata. Il punto non è la ricerca di un’uguaglianza che annienti la differenza sessuale (rinvio appunto ancora alla discussione sulla surrogacy), una strada destinata a produrre intolleranza e discriminazione, quando non violenza, come ci sollecita la bellissima metafora di Camus sui topolini che si annidano dove non immaginiamo e non avremmo mai pensato, però è un rischio che è sempre pronto a presentarsi e a seminare contagio.
Dunque, si tratta di un’uguaglianza che rispetti fino in fondo le differenze. Io credo che la norma che ci apprestiamo a varare si muove su un doppio solco importante segnato per l’appunto dalla Corte nel 2010 e nel 2014, non ripeterò le cose che hanno detto gli altri, che vedeva riconosciuti i diritti alle coppie in quanto tali e non si limitava ai diritti individuali, e poi alla Lebenspartnerschaft del modello tedesco assunto nella sua versione finale.
Ora il risultato che oggi abbiamo raggiunto è frutto di una discussione, di una mediazione parlamentare, ma la discussione e la mediazione sono il frutto dei migliori
processi democratici.
Occorre confrontarsi con gli altri, accettare le ragioni degli altri, per dare leggi che durino, questo ci dicono la storia del divorzio e dell’interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese.
Voglio dire anche che, al di là della tattica parlamentare, di calcoli di piccolo cabotaggio, della necessità di piantare i vessilli identitari, il rischio del nulla, poco prima evocato anche dalla collega Marzano, era un rischio che si doveva scongiurare, perché il vuoto e l’arbitrio distribuiscono diseguaglianza ed esclusione e il rischio del nulla va sempre scongiurato. Il dovere di un partito come il PD, che ha una forte vocazione riformista e che in questa legislatura vuole mettere a frutto tutta la sua vocazione riformista, era quello di fare dei passi in avanti. È la
politica, Presidente, che si riprende la palla e detta le regole della convivenza civile, perché le regole della convivenza civile non le debbono dettare i municipi, non le debbono dettare i sindaci, non le deve dettare l’Europa e non le deve dettare nemmeno l’economia. È la politica che si
riprende la palla, e per questo, oggi è un giorno importante (Applausi dei deputati
del gruppo Partito Democratico).

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