Maternità surrogata tra vendita e dono

Articolo pubblica da l’Unità il giorno 06 ottobre 2016

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La maternità surrogata è tornata al centro della discussione: il 21 settembre la Commissione Affari Sociali del Consiglio d’Europa ha respinto il rapporto De Sutter, volto a regolamentare la pratica nei 47 paesi membri. Il voto della Commissione è in sintonia con la linea già espressa dal Parlamento, che lo scorso dicembre, nel rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia, aveva condannato la GPA perché lesiva della dignità umana.

I delegati al Consiglio hanno discusso il testo e per la seconda volta lo hanno respinto, contestando la distinzione tra maternità surrogata altruistica e commerciale, anche per quanto riguarda le ricadute discriminatorie sui minori, come evidenziato dalle parlamentari della delegazione PD, decisive per l’esito del voto, Bertuzzi e Cimbro.

Le decisioni europee aiutano a capire come la partita sulla surrogacy non si gioca sul terreno della fede contro il progresso – come spesso capita di leggere – ma su quello, integralmente laico, della politica contro un traffico internazionale in piena ascesa. Del resto, la mobilitazione contro la maternità surrogata non è fatta da conservatori – atei o devoti – ma da movimenti che da sempre si battono per la libertà femminile, i diritti umani e il contrasto alle discriminazioni, come mostra l’appello delle donne omosessuali recentemente pubblicato e come si è visto nelle strade di Parigi durante i lavori della Commissione.

Sulla scorta di questa consapevolezza va letta la decisione di paesi attenti alla difesa della libertà e alla lotta alle diseguaglianze, come la Francia e la Svezia, di seguire la linea comunitaria. La strada per contrastare il turismo procreativo, oltre la retorica, passa di qui. Non c’è altra via per sostenere le decisioni di paesi ‘meta’, come l’India, che hanno deciso di vietare l’accesso alla GPA ai cittadini stranieri.

Questo è il punto, come documenta la ricerca del Parlamento svedese: i paesi che consentono la surrogata ‘altruistica’ registrano il più alto numero di partenze verso quelli che ne consentono il commercio. Com’è evidente non si tratta – solo – di frontiere geografiche, ma della labilità del confine tra compravendita e dono.

Il flusso del turismo procreativo dovrebbe aprire gli occhi sulla pressione della domanda sul bisogno, sulla spinta a disporre della vita di una donna – costi quel che costi -, per usarne la capacità procreativa e fare del neonato un oggetto di scambio, spesso di natura economica.

La scelta dell’Europa di parlare con una voce sola è un fatto politicamente rilevante che non deve stupire. Il cammino comunitario si fonda su un’idea di civiltà che rifiuta la strumentalizzazione di ogni essere umano e la possibilità di fare commercio del corpo e della vita. Occorre andare avanti, consapevoli che quest’idea va difesa anche oltre i confini dell’Unione.

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