Iniziative per prevenire e contrastare la violenza contro le donne: il mio intervento in aula

Sezione: News

Oggi alla Camera dei Deputati si è svolta la discussione sulla Mozione Martelli ed altri n. 1-01716 concernente iniziative per prevenire e contrastare la violenza contro le donne. Un occasione per un confronto su un tema importantissimo per il nostro Paese.
Di seguito il video e il testo del mio intervento:

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“Presidente, il tema del contrasto alla violenza che qui affermiamo è stato più volte al centro della discussione parlamentare nel corso di questa legislatura. Questa discussione ha prodotto atti concreti a livello legislativo, che oggi qui proverò a ripercorrere.

Prima però di dare avvio a questa ricognizione, vorrei svolgere due ordini di considerazioni, perché credo aiutino a dare il senso del cammino compiuto e soprattutto della direzione che abbiamo provato ad imprimere ad esso.

Ci troviamo spesso a ricordare con orgoglio che il primo atto di questa legislatura è stato proprio il varo, la ratifica della Convenzione di Istanbul. Questo è stato un atto politico che per prima istanza andava a colmare un vulnus che si era prodotto nella scorsa legislatura, che la scorsa legislatura aveva lasciato aperto. Ricordo come dato cronologico, come dato politico, anche come pezzo di storia di queste istituzioni, che quando il Senato, nella scorsa legislatura, si trovò ad affrontare il tema della ratifica di questa Convenzione, ebbene, il Senato era privo di Presidenza. Quest’assenza, un’assenza quanto mai desueta, restituisce la misura della scarsa rilevanza che si attribuiva a queste politiche. Mi chiedo, se nel corso della storia fosse stato un altro il provvedimento al centro di quella discussione, se un Presidente, un Vicepresidente o un Presidente vicario sarebbe stato assente nella stessa misura, insomma se altri provvedimenti avrebbero consentito questa latitanza, perché politicamente parliamo di latitanza. Infatti, quella Convenzione rappresentava molto, non solo per le istituzioni ma per tutta la società civile, per donne e uomini che erano in piazza e che aspettavano con ansia questo varo, quindi quell’assenza è un’assenza che ha pesato.

Dunque, la ratifica, parto da lì, proprio per ricordare la caratura politica di quella vicenda e di questa vicenda. La ratifica è stato un atto politico, è stata la scelta e anche l’indicazione di un cammino nel solco europeo. Partiamo da qui, perché la Convenzione di Istanbul concludeva un percorso di cui le donne in tutta Europa – in tutto il mondo, ma soprattutto in tutta Europa – erano state protagoniste. Parlo di movimenti, di associazioni, che hanno portato, a quelle che noi chiamiamo in Europa le istituzioni, questo problema. E dalla raccomandazione che il Consiglio d’Europa adotta nel 2002 alla Convenzione di Istanbul, nel 2011, non passano soltanto nove anni, passa un processo intero, passa una stagione di battaglie culturali, politiche e giuridiche. Voglio dire questo per ricordare quanto arrivare alla Convenzione di Istanbul non sia stato né scontato né semplice. Nella raccomandazione confluivano studi, acquisizioni internazionali che mettevano in evidenza la correlazione tra la diseguaglianza, la discriminazione e la violenza. Violenze e abusi uscivano dal cono d’ombra dell’ambito domestico o anche da quello della dicitura di un generico problema sociale e venivano finalmente inquadrate nella dimensione giusta, ossia nella dimensione politica. Sulla scorta appunto di studi già confluiti nei trattati internazionali, finalmente in quel testo si mettevano alcuni punti fermi che qui vorrei molto brevemente ricordare: inprimis, che la violenza di genere è un atto palesemente discriminatorio che comprime o nega il godimento dei diritti umani delle donne, dunque rappresenta in questo senso una lesione importante; secondo, che questa violenza è un dato strutturale, non è un dato emergenziale, e affonda le sue radici nel rapporto impari tra uomini e donne, nella diseguaglianza sociale dei rapporti di potere tra uomini e donne.

Da qui appunto arriviamo al primo punto che veniva anche evocato dalle colleghe che hanno illustrato le mozioni prima di me, cioè la necessità di coinvolgere gli uomini. Seppure in questa raccomandazione noi troviamo una tappa decisiva del cammino culturale, simbolico e politico, seppure in questa raccomandazione troviamo la prima importante definizione giuridica, la raccomandazione, per sua natura, come sappiamo, non ha un carattere vincolante, appartiene a quella che definiamo la soft law, si limita dunque ad indicare una priorità agli Stati, senza imporre vincoli e senza esplicare effetti direttivi sugli ordinamenti degli Stati. Per questa ragione, quando si è giunti finalmente ad approvare nel Consiglio d’Europa uno strumento giuridicamente vincolante come appunto la Convenzioni di Istanbul, si è fatto un vero e proprio passo avanti.

Che cosa mette nero su bianco la Convenzione di Istanbul? Riconosce che il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de iure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne, che la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione. Si riconosce, altresì, la natura strutturale della violenza contro le donne in quanto basata sul genere e in quanto meccanismo sociale cruciale per mezzo del quale le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini.

Queste istanze sono racchiuse anche in un approccio che sul piano metodologico rappresenta una vera novità, a mio avviso non sempre adeguatamente sottolineata. Cosa dice la Convenzione di Istanbul? Dice una cosa importantissima: prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire gli autori sono percorsi che vanno portati avanti insieme e simultaneamente; individua la simultaneità delle azioni tra questi piani senza stabilire gerarchie tra essi, perché infatti, in politica, molto spesso, nelle istituzioni ma anche fuori di esse, tra questi aspetti si stabilisce una concorrenza o addirittura una gerarchia, e ogni volta che lo si è fatto si è commesso un grave errore, un errore molto grave. Far giocare questi piani l’uno contro l’altro (la prevenzione contro la repressione) ha depotenziato l’azione e ha costretto anche la stessa discussione su un piano sterile. Ce lo confermano i fatti, ce lo conferma l’esperienza che abbiamo di questi fenomeni, e ci dicono che è tempo di mandare questi approcci, che sono fondati spesso su un malinteso tratto ideologico, in soffitta. Ogni volta che è prevalsa la separazione tra questi piani la politica ha mancato la sua sintesi; ogni volta che si è inteso il contrasto alla violenza solo sul piano culturale, solo sul piano della scuola oppure solo sul piano repressivo, le cose sono rimaste come erano, e di questo hanno fatto spesa le donne.

Ora, voglio ricordare che sappiamo come in Italia mettere mano, sanare questo vulnus, sia un dato rilevantissimo (i dati li hanno ricordati le colleghe prima di me e sono ancora molto drammatici), per questo, nel corso di questa legislatura, proprio provando a seguire il solco tracciato dalla Convenzione di Istanbul, abbiamo messo in campo una serie di interventi legislativi che hanno seguito anche il quadro legislativo predisposto dalla direttiva sulle vittime di reato e sulla tutela delle vittime vulnerabili, e che hanno fatto leva su una categoria che veniva poco prima ricordata anche dalla collega Binetti, dell’empowerment delle vittime.

Voglio ricordare sinteticamente questi interventi: la legge n. 119 del 2013, che ha introdotto modifiche processuali rilevantissime a tutela delle vittime riconducibili essenzialmente a tre filoni, quello informativo, quello delle misure cautelari e quello riferibile alle modalità di assunzione delle dichiarazioni della persona offesa. Da un lato, si è puntato, appunto seguendo la filosofia di Istanbul, a rafforzare gli strumenti repressivi, dall’altro a tutelare la vittima.

Presidente, poi lascerò anch’io agli atti delle altre considerazioni che volevo svolgere approfonditamente rispetto a questo piano, però voglio ricordare velocemente anche altri aspetti importanti che abbiamo seguito nel corso di questa legislatura: la misura in stabilità che abbiamo messo, a proposito della questione del percorso di tutela delle vittime, cosiddetto codice rosa, che esorta tutte le istituzioni ad agire in sinergia, fin dai pronto soccorsi, proprio per intervenire sul piano dell’emersione della violenza, che sappiamo essere il vulnus più drammatico.

In secondo luogo – e concludo con un appello rivolto anche alle colleghe e ai colleghi degli altri partiti -, la norma a tutela degli orfani di femminicidio è ferma in Senato. È una legge che è uscita dalla Camera all’unanimità, grazie al corale lavoro di tutti i parlamentari. Contiene delle norme rilevantissime, per quanto riguarda la possibilità per il coniuge di accedere finalmente all’aggravante, dunque rappresenterebbe uno strumento straordinario per fermare i femminicidi e, finalmente, mandare una volta per tutte in soffitta quella cultura del delitto d’onore, che ancora segna il nostro codice penale. Proprio perché condivido l’appello di tutte le colleghe ad agire in sinergia, è fondamentale che questo capitolo venga finalmente chiuso e il contrasto alla violenza trovi davvero un’azione coordinata e condivisa. Questo hanno detto, del resto, le migliori pratiche, le migliori norme, nel nostro Paese”

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