Femminicidio

Sezione: Pubblicazioni

Non occorre scomodare Gramsci per ricordare che quando si pone “la questione della lingua”, quando le parole segnalano un’impasse, si ha sempre a che fare con questioni di natura politica.

La forma “femminicidio” rappresenta, si può dire, un caso esemplare. Fa il suo ingresso nei nostri vocabolari solo nel 2008 – grazie al lavoro pionieristico di Barbara Spinelli – in una raccolta di neologismi in cui sono riportate occorrenze comparse sui giornali dei dieci anni precedenti e viene poi inclusa nei dizionari d’uso a larga diffusione (Devoto Oli, Zingarelli).

Se si adotta un criterio comparativo, balza agli occhi l’entità del ritardo italiano: femminicidio è il calco della forma inglese feminicide, che risale a due secoli fa ed è ormai largamente circolante nel lessico delle organizzazioni internazionali. Dagli anni Novanta il vocabolo si è imposto all’opinione pubblica con la denuncia dei crimini di Ciudad Juárez, bordertown al confine tra Messico e Stati Uniti, dove negli ultimi vent’anni migliaia di donne e bambine sono scomparse o sono state uccise a seguito di violenze efferate in circostanze ancora mai del tutto chiarite.

Perché questo ritardo nel nostro paese? E, soprattutto, perché questa resistenza?

 

Un articolo di Fabrizia Giuliani per Italiani Europei n. 1-2013

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