“Doppio cognome, non fermiamo quella legge”

Chissà perché la storia si ripete e accade che, a un soffio dal traguardo, non si riesca a voltare pagina rispetto a una norma definita dalla stessa Corte Costituzionale «retaggio di una concezione patriarcale della famiglia che affonda le proprie radici nel diritto romanistico, e di una tramontata potestà maritale non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza». (sent. n. 61, 2006)
La storia si ripete quando sono in gioco conquiste civili, acquisizioni di nuove libertà e nuove responsabilità. Il fronte conservatore è largo e insospettabilmente eterogeneo. Guai ad ingannarsi riproponendo schemi superati laici/cattolici e persino destra/sinistra. Nel nostro Paese le conquiste civili più importanti, specie sul terreno della cittadinanza femminile, sono state ottenute attraverso il confronto tra partiti e culture politiche diverse. Il diritto di famiglia, il divorzio, l’interruzione volontaria di gravidanza, sono frutto un’alleanza trasversale, necessaria a sconfiggere la speculare eterogeneità delle resistenze. Conquiste che non hanno cambiato solo la vita delle donne ma il volto del Paese, consentendogli un avanzamento senza pari. Con queste lenti va osservato il voto di giovedì: non era scontato riuscire a voltare pagina. I nomi hanno valore fondante, com’è scritto nei testi della tradizione, garantiscono un ordine. E infatti nelle scorse legislature ad archiviare quell’ordine non ci si era riusciti. Ma questa volta si era vicini. La legge aveva ottenuto l’unanimità in Commissione e superato una discussione senza crepe. Nel corso del voto finale spinte diverse si sono coagulate minacciando il consenso necessario all’approvazione definitiva. Una brutta pagina che porta responsabilità traversali. Se tutte le norme sono migliorabili, siamo ancora in regime di bicameralismo, devono cadere gli alibi politici. Pesa principalmente sul Pd, su tutto il Pd, la responsabilità del cambiamento e dell’innovazione. Dobbiamo tenere la testa ben voltata in avanti, guardare al futuro e all’Europa senza nostalgie per il secolo scorso e gli scontri ideologici che lo hanno attraversato. Uscire da un automatismo anacronistico nell’attribuzione del cognome, vuol dire aprirsi alla libertà della scelta, riconoscere che i tempi sono cambiati e che il legame tra i genitori – e le scelte che ne discendono – si fondano sul rispetto e sul consenso. Vuol dire riconoscere che il venire al mondo di un bambino e di una bambina è responsabilità di entrambi, ed è di entrambi il compito di prendersene cura e accompagnarlo o accompagnarla, in accordo, nella vita pubblica. Se si tengono fermi questi principi, si può riprendere il lavoro e concluderlo entro la pausa estiva. In poco tempo abbiamo compiuto grandi passi avanti sul terreno della lotta alla discriminazione di genere: occorre continuare con determinazione. Non possiamo permettere a timori figli di un altro tempo di avere la meglio. Non adesso.

Articolo pubblicato su l’Unità domenica 20 luglio 2014

Foto di Adrian Dreßler

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