Cyberbullismo: il mio intervento in aula

Sezione: In Parlamento, News

Il mio intervento in aula sul ddl riguardanti le “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”:

 

Presidente, come sopraffazione frequente, reiterata, del più forte sul più debole, sappiamo che il bullismo è un fenomeno sempre esistito. Tuttavia, le modalità con le quali oggi questo si manifesta, con le quali noi ci dobbiamo confrontare, sono inedite, sono nuove. Io ritengo che questo sia il nodo che giace al fondo del testo sul quale abbiamo lungamente dibattuto e che questa soluzione normativa porta ad affrontare: come riuscire a configurare una serie di misure di prevenzione e di contrasto del cyberbullismo sapendo di avere a che fare con un tema complesso, che può assumere anche pratiche e soprattutto esiti molto drammatici, come hanno ricordato i colleghi relatori prima di me. Non è questione di una discussione che si svolge soltanto nelle Aule parlamentari o nelle aule delle altre assemblee elettive a livello locale, non è nemmeno affare di cronaca: il bullismo ed il cyberbullismo sono un’esperienza diretta di molte e di molti, di molti ragazzi, di molte ragazze e di molte famiglie, insegnanti, piccole e grandi comunità alle prese con un fenomeno molto più grande di loro e che oggi appunto ha forme inedite. Per “inedite” indichiamo una parola molto precisa: vogliamo dire che sono molto più invasive, molto più pervasive, date le risorse tecnologiche che i nuovi media rendono disponibili e con le quali non sempre questi soggetti, forse nessuno di noi, è fino in fondo adeguato a confrontarsi; non le sappiamo maneggiare. Sappiamo, e lo ripetiamo continuamente, quanto la comunicazione e i tempi della comunicazione cambino velocemente, perché ciò che oggi la tecnologia dei nuovi media e dell’informatica rende disponibile era impensato e forse persino impensabile fino a pochi decenni fa. Credo che ogni tanto sia necessario guardare alla comunicazione oltre la retorica, anche sotto questi aspetti, non soltanto in una polarizzazione tra chi ne acclama le magnifiche e progressive vesti e chi la condanna. Occorre misurarsi e conoscere, fare i conti con la velocità, misurarsi con la forza che questa velocità può assumere, e anche con i danni che può provocare, specie quando i protagonisti, da una parte e dall’altra – chi vessa, chi bullizza e chi è vittima di bullismo – sono minori, ragazzi, adolescenti e preadolescenti, alle prese con dispositivi apparentemente molto semplici e tuttavia molto potenti, molto più potenti di loro, che possono dilatare e rendere distante la percezione di quanto si suppone e si pensa di fare e quanto realmente si fa. La questione della responsabilità per adolescenti e preadolescenti è una questione, se escludiamo anche il discorso della tecnologia, assolutamente nodale, assolutamente centrale: educare i ragazzi e renderli responsabili in quell’età è una questione serissima e durissima. Ecco, l’impatto della tecnologia con queste età mette davvero davanti a un paesaggio del tutto nuovo, e il nostro compito è esattamente quello di tutta la società, di tutte le figure istituzionali, quello di affrontarla e se possibile di riuscire a governarla. Il testo in discussione oggi ha seguito un iter articolato – veniva prima ricordato anche questo aspetto -, che ha coinvolto entrambi i rami del Parlamento: è stato approvato dal Senato nel maggio di due anni fa, nel 2015, modificato alla Camera nel settembre 2016, infine nuovamente approvato al Senato, lo scorso 31 gennaio, con ulteriori modifiche, che privilegiano un’impostazione basata principalmente su misure preventive ed educative, eliminando gli strumenti di natura penale che avevamo provato ad introdurre lo scorso anno. Aggiungo un commento a questi dati con un rammarico personale molto sincero: il testo approvato dal Senato delimita l’ambito di intervento della legge e conseguentemente anche delle misure educative previste al solo cyberbullismo e contempla soltanto i minori. Credo che questa impostazione rischi di indebolire l’efficacia della strategia di contrasto che si intendeva perseguire e che era negli obiettivi di chi ha lavorato su questa norma, rinunciando – esprimendo di fatto una specie di rinuncia – ad affrontare un fenomeno ampio e complesso dentro una visione unitaria. Credo che questo sia un punto importante, perché non tocca soltanto la questione relativa a questo provvedimento ma un tratto di cultura politica che andrebbe contrastato, quello di continuare ad opporre – di vedere in una dimensione puramente oppositiva – la questione del contrasto e quella della prevenzione, come se ci fosse chi vuole reprimere, chi vuole penalizzare e chi vuole prevenire. Questa era un’opposizione credo nata in un altro tempo storico, oggi i fenomeni che abbiamo davanti, come per esempio del bullismo e del cyberbullismo, dovrebbero indurci a mettere da parte questo tipo di opposizione e arrivare a condividere una cultura che è in grado di muoversi su tutti questi piani in un modo profondamente diverso. Del resto, voglio ricordare che quasi tutte le misure che ci vengono dagli organismi sovranazionali, dalla Comunità Europea eccetera, ci indicano e ci indirizzano, invece, in maniera risoluta, con grande sollecitudine, a muoverci simultaneamente su questi piani. Voglio ricordare, per esempio, che la Convenzione di Istanbul, che è stato l’atto che riguardava la violenza di genere con il quale si è aperta questa legislatura, mandata in soffitta l’opposizione prevenzione-repressione, indirizzando appunto l’azione sulla simultaneità. Volevo sottolineare questo punto, mi scusi Presidente se mi ci sono soffermata particolarmente, perché a mio avviso interroga questioni politiche oggi cruciali, come la libertà, la diseguaglianza, il rapporto del più forte con il più debole. Solo se arriviamo ad una cultura nuova, mandiamo in soffitta queste opposizioni che finiscono per paralizzarci. Consideriamo dunque che le misure identificate, quelle che ci sono arrivate qui oggi, rappresentano comunque un punto di sintesi che tiene conto di una discussione complessa. Vorrei molto rapidamente sottolineare alcuni aspetti e alcuni dati relativi al provvedimento in esame che ci sembrano comunque importanti, che consideriamo positivamente e per i quali vediamo la necessità di procedere. In primis, la questione della centralità della vittima, a cominciare dall’istanza che è stata più volte evocata prima, la costituzione del tavolo tecnico ed un piano d’azione contro il cyberbullismo, le importantissime misure previste per il MIUR, che è chiamato ad adottare apposite linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto, in collaborazione con la polizia locale, l’istituzione del referente scolastico e poi anche le misure di contrasto concreto, come quella appunto dell’ammonimento del questore, che è stata richiamata più volte dai miei colleghi, mutuata dallo stalking, una legge di cui forse troppo poco spesso si valutano gli effetti positivi, anche in ciò che è stata capace di suggerirci per molte delle norme sulle quali abbiamo lavorato. Credo che la priorità oggi comunque sia quella di dotare il nostro Paese di una normativa di riferimento in grado di affrontare un tema così importante. Non occorre ripercorrere i dati dell’Istat, che ci sottolineano quanto sia urgente. Vale la pena invece richiamare – come ha fatto anche il rappresentante del Governo prima di noi – quanto questo provvedimento trovi radici e fondamento nelle normative internazionali ed europee: l’articolo 19 della Convenzione ONU sui diritti dei bambini (che stabilisce come i minori debbano essere protetti da ogni forma di violenza fisica o mentale), la Carta europea dei diritti umani del Consiglio d’Europa e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che tutelano il diritto alla privacy (delineandone anche in maniera molto precisa i confini rispetto appunto alla vita familiare e privata), la libertà di espressione, il diritto alla non discriminazione. L’Unione Europea cerca di avere da tempo un ruolo attivo nel contrasto al cyberbullismo, anche attraverso programmi di finanziamento: vorrei ricordare soltanto il DAPHNE, che considero particolarmente rilevante. E poi vorrei anche ricordare come il provvedimento in esame si conformi all’importante direttiva europea sulla tutela delle vittime di reato recepita alla fine del 2015 nel nostro Paese, che tante misure positive ha ispirato. Quello che infine vorrei sottolineare e che mi pare forse non sia stato adeguatamente preso in considerazione, anche nelle discussioni che hanno preceduto questo nostro atto parlamentare: quanto le vessazioni si innestino sempre su rapporti di diseguaglianza, che vengono amplificati dalla dimensione telematica, come l’anonimato e la difficile reperibilità concorrano ad indebolire il senso di responsabilità morale verso ciò che si compie, la percezione dell’assenza dei limiti spaziotemporali, fattori sui quali dovremmo davvero riflettere a lungo. Per capirci, se il bullismo tradizionale può approfittare di momenti specifici, il bullismo on line investe la vittima ogni volta che si collega al mezzo elettronico usato dal persecutore. Può accadere e accade ai minori: non occorre ricordare, appunto, secondo importantissimi studi di psicologia e pedagogia, quanto possa essere viva la sensazioni di non essere chiamati a rendere conto di ciò che si induce e ciò che si provoca (il discorso sulla responsabilità che provavo ad evocare prima); è come si diventasse improvvisamente liberi di scegliere, ma si pensa anche di essere liberi dalle conseguenze delle proprie azioni. Paradossalmente, si diventa liberi da ogni responsabilità. In una lettera pubblicata proprio di recente su un importante quotidiano, a proposito di questo fenomeno, forse una delle più autorevoli psicoterapeute del nostro Paese – parlo della professoressa Silvia Vegetti – ha affermato come sia molto diversa la figura del bullo nelle famiglie attuali: prima, nella famiglia patriarcale, il bullismo era l’esito di una educazione autoritaria e punitiva e i figli venivano indotti, aggredendo i compagni, ad agire attivamente quanto subivano passivamente. Nella famiglia attuale, che ha caratteristiche molto diverse, in cui prevale a volte il permissivismo e anche l’iperprotezione, è molto difficile per i figli prendere le distanze dai genitori e raggiungere l’autonomia necessaria a diventare adulti e magari diversi da come i genitori li avevano sognati. Recenti ricerche anche in ambito psicologico hanno mostrato come i comportamenti aggressivi appunto sono figli di famiglie di una società ipercompetitiva, dove le pressioni per riuscire possono produrre frustrazioni e a volte violenza. Allora, di fronte a quella che si presenta come un’epidemia sociale, occorre affinare la sensibilità, promuovere l’ascolto, come abbiamo fatto noi scrivendo questa legge, cogliere e decifrare i segni di un malessere e non aver paura di confrontarsi con fenomeni gravi, nuovi, provare a governarli e ad affrontarli e non voltarci dall’altra parte, pensando che siano destinati in qualche modo a diminuire. Per aiutare davvero i minori che si trovano dalla parte dei vessatori, anche chi bullizza, è necessario contrastare l’ansia attraverso doti di fiducia, di speranza, che un individualismo narcisista trovi un argine e venga sostituito da un “noi” generazionale fatto di solidarietà e collaborazioni. Sono obiettivi lunghi, però dobbiamo poterli evocare. Ecco, io credo che queste parole vadano prese molto sul serio e che le istituzioni debbano farlo, come hanno provato con questa norma, debbano provare a fare la propria parte andando oltre la propaganda, gli slogan, intenderci su una sintesi come quella che abbiamo raggiunto, anche se non la troviamo del tutto soddisfacente e insomma procedere, perché la libertà vuol dire spesso per la politica avere la forza di contrastare le discriminazioni e, del resto, questo è uno dei mandati che tutti riteniamo importante e che ci ha lasciato la nostra Costituzione, vi ringrazio.

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